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venerdì 21 gennaio 2011

V I N Y L - LA VIENNA CHE NON TI ASPETTI

Al via questa notte, per il pubblico del festival che ama fare le ore piccole e non si lascia spaventare dalla bora che spazza la città, MURI DEL SUONO / WALLS OF SOUND, la rassegna di film musicali prodotti nei paesi dell'Europa centro-orientale. Giusto per mettere le cose in chiaro fin da subito e fedele alla sua (seppur) breve tradizione di anticonformismo, Muri del suono parte con un documentario che vuole scardinare l'immagine (che potremmo definire stereotipo, in alcuni casi) classica e tradizionalista di una delle capitali della musica europea: Vienna. Parliamo di V I N Y L - Tales from the Vienna Underground, dell'inglese Andrew Standen-Raz. Il regista ha vissuto e lavorato per un anno nella città, cercando di scavare sotto la superficie di una città conosciuta perlopiù per la sua tradizione classica. Dalle interviste e dalle performance dei pionieri della scena techno degli anni '90 (Kruder & Dorfmeister, Patrick Pulsinger, Electric Indigo, Stereotyp), compositori di elettronica sperimentale di primissimo piano (Christian Fennesz, protagonista al festival di un indimenticabile concerto, Bernhard Fleischmann, Noid, Philipp Quehenberger), musicisti trash punk (Fuckhead, Bulbul, Rokko Anal) e alcune leggende della Vienna underground degli inizi come Drahdiwaberl & Supermax emergono una consapevolezza diffusa di come la crisi finanziaria abbia colpito l'intera industria musicale, le difficoltà che gli artisti devono affrontare nel confrontarsi con istituzioni che tendono a promuovere la musica classica e popolare della città e il peso della tradizione. 
V I N Y L è anche una lettera d'amore per un'icona culturale, la vinyl records, che resiste nel campo della creazione e distribuzione musicale, nonostante la pervasività della tecnologia digitale. Nel film, il vinile è anche metafora di qualcosa che si ama, pur con le sue imperfezioni e i suoi graffi, dello stesso tipo di amore-odio che lega questi musicisti alla loro città. 
V I N Y L racconta una Vienna enigmatica, piena di artisti che preferiscono la sperimentazione all'aspetto commerciale della musica, la libertà d'espressione ai limiti imposti dall'esterno e, soprattutto, il cambiamento al mantenimento dello status quo. Quello che, in fondo, il regista si chiede è perché certi suoni nascono solo in determinati spazi, in che modo questi suoni influiscono sullo spazio da cui hanno preso forma e come i musicisti di un luogo vengono influenzati dai suoni che li circondano.

A.C. Standen-Raz ha iniziato come creativo per Club King, una serie londinese per la Japan tv. Dopodichè, ha lavorato in diversi ruoli: come ricercatore per documentari, dirigente di studio cinematografico, assistente di sviluppo per un produttore. Ha anche co-sceneggiato e co-prodotto Who’s Afraid of Kathy Acker per ARte e creato videoinstallazioni in collaborazione con diversi artisti austriaci. V I N Y L - Tales from the Vienna Underground è il suo primo progetto “solista”.

Dove: Teatro Miela, 00.00, alla presenza del regista

sito ufficiale del filmhttp://www.lushfilms.com
guarda il trailer del film:



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martedì 13 aprile 2010

RITORNA IL MUSICAL E PARLA RUSSO!

Ecco la bella recensione di STILJAGI scritta da Erica Culiat per il numero di marzo/aprile della rivista "Musical". Son soddisfazioni :-)



recensione Stiljagi-Hipsters

Per chi si è perso l'anteprima italiana all'ultimo Trieste Film Festival, ecco due clip:





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lunedì 22 marzo 2010

WANDERING SOUL O LO SPIRITO DEL TEMPO

È con grande gioia che riceviamo la notizia che la giovane regista greca Angeliki Aristomenopoulou ha vinto il premio FIPRESCI della sezione greca al Festival di Salonicco che si è concluso ieri. Fa ancora più piacere che il premio sia arrivato per un documentario musicale, genere in cui Angeliki è una vera specialista. Wandering Soul, questo il titolo, racconta infatti la storia di Yannis Angelakas, un musicista che ha lasciato il segno sulla scena greca del rock alternative. Il film lo segue nella sua vita quotidiana e, attraverso i suoi occhi, entra nella contemporaneità tormentata del paese: l'impasse politica in cui si trova attualmente la Grecia, il modo in cui la televisione rimodella – spesso alterandola – la realtà, il bisogno che sentono ormai mole persone di lasciare la grande città e fare ritorno alla provincia d'origine. Due anni di riprese, durante i quali seguiamo anche l'evoluzione dello stile musicale di Yannis, in un percorso di esplorazione di suoni che appartengono alla sua infanzia, alla tradizione musicale greca come quella del rebetiko, alla musica polifonica dell'Epiro, fino alle melodie cretesi. Per me che scrivo, da curatrice della sezione “Muri del suono” al Trieste Film Festival, fa doppiamente piacere questo premio proprio perché si tratta di un documentario musicale. A gennaio, infatti, nella seconda edizione di questa rassegna avevo voluto fortemente il documentario girato da Angeliki a Berlino, fra i ragazzi della comunità turco-tedesca. Kreuzberg 36, presentato in Italia per la prima volta, ci aveva portato per un attimo per le strade di Kreuzberg, uno dei quartieri storici di Berlino. Culla di hippy, punk, anarchici e di altri gruppi alternativi degli anni '70 e '80, si tratta di un luogo che mantiene ancora pressoché intatto il suo spirito indipendente. La solidarietà e la tolleranza dei suoi abitanti nei confronti delle minoranze l'hanno resa una sorta di rifugio per gli immigrati turchi, facendone la quinta area a popolazione turca del mondo.
Nonostante i cambiamenti drammatici che hanno modificato la sua “geografia umana”, Kreuzberg ha mantenuto anche la sua forte vocazione artistica, vera e propria “riserva” urbana per tutte le forme d'arte alternative. Un'arte che trae ispirazione dalla vita della strada, che viene creata, vissuta e consumata sulla strada: graffiti, break dance, rap, hip-hop e beat-box. La musica di Kreuzberg parla tre lingue diverse - inglese, tedesco e turco – ed è prodotta da giovani che hanno provato sulla loro pelle cosa significhi essere una minoranza religiosa, etnica o politica.
Nel documentario Angeliki entra nella vita di una piccola comunità di giovani musicisti che considerano come loro patria Kreuzberg stessa (non la Germania e nemmeno la Turchia). Una quotidianità imbevuta di una tradizione tutta speciale, fatta di vecchi graffiti, di testi nati nei caseggiati popolari, di suoni che prendono vita in studi casalinghi di fortuna e nei concerti che organizzano nelle piazze del quartiere. Oltre al luogo, quindi, c’è anche il tema della lingua e di una cultura – quella dell’hip hop – che è nata come prodotto di importazione americano, per affermarsi poi sempre di più e ovunque come la vera musica popolare del terzo millennio.
Ricordo l'emozione della regista durante la visione del film in sala e la soddisfazione sul volto degli spettatori alla fine della proiezione, che mi ringraziavano per la scelta. Chissà che l'esperienza non si ripeta anche l'anno prossimo con Wandering Soul... nel frattempo, un mare di complimenti ad Angeliki!

Angeliki Aristomenopoulou è fotografa e regista specializzata in documentari musicali. Lavora per la televisione Greca dal 2005, per cui dirige una serie di documentari dal titolo “World music”, una delle serie più seguite nel suo genere, interamente dedicata alla musica e agli artisti di un paese o di una regione del mondo. Fra le aree esplorate ci sono l’india (sul Rajastan), Istanbul (la scena musicale contemporanea), New York (sull’etichetta nublu), il Brasile (sulla samba) e Kreuzberg. Fra i documentari di genere non musicale ricordiamo Floating Prisons, Medea, Great Hellas and the Olympic Spirit e 3 gamoi. Con i suoi lavori, Angeliki ha preso parte con successo a un gran numero di festival internazionali.


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martedì 2 marzo 2010

Peter Liechti: A CINEMATIC POETICS OF RESISTANCE

Il Cinema Aquila di Roma dedica la prima retrospettiva italiana allo svizzero Peter Liechti, vincitore con The Sound of the Insects – Record of Mummy dell'Oscar europeo per il Miglior documentario 2009 (di cui parlammo a suo tempo QUI).
I progetti filmici dello svizzero Peter Liechti hanno sempre sviluppato una grammatica di scrittura, ripresa e regia che è stata regolarmente affrontata attraverso un imprinting personale, come afferma l’autore: “La realizzazione di un film corrisponde sempre a una certa fase della mia vita. Liechti struttura la sua primaria vocazione creativa studiando Storia dell’arte all’Università di Zurigo e con una formazione applicata al College di Arte e Design ora parte della Zurich University of the Arts. Con il tempo questa sua educazione si è sviluppata nella realizzazione di cortometraggi e lungometraggi più spiccatamente cinematografici dove il rapporto tra le due componenti primarie del cinema (immagine e suono) è sempre stato affrontato in maniera straordinariamente esemplare, catturando l’attenzione sia dei cinefili che degli appassionati delle sonorità più sperimentali. Tutti i suoi film sono l’espressione di una profonda passione e intima necessità (“La vita mette alla prova le mie facoltà, e io deve renderle giustizia con i miei film”, ha detto) che contrasta con gli assetti produttivi del cinema commerciale, in cui gli interessi sono totalmente slegati dalle urgenze personali dell’autore. Questo percorso creativo si è caricato il peso di una complessa ricerca artistica, indirizzandosi verso le differenti discipline artistiche della contemporaneità e interfacciandosi con un ambiente culturale anticonformista, dove il superamento della specificità univoca e convenzionale delle espressioni artistiche equivale ad un approccio eterodosso dell’espressione estetica.
Il progetto è realizzato in cooperazione con SWISS FILMS, agenzia di promozione del cinema svizzero e con il patrocinio e il sostegno dell'Ambasciata di Svizzera in Italia e dell’Istituto Svizzero. Peter Liechti sarà presente alle proiezioni.

La retrospettiva è poi arricchita dal concerto dal vivo di Norbert Möslang: nato a St.Gallen nel 1952, suona da oltre 30 anni impiegando principalmente un set di dispositivi elettronici, manipolati e amplificati. Componente del duo svizzero Voice Crack, scioltosi nel 2002, il quale per Alan Licht, "Fu una delle migliori esperienze rumoriste degli anni ’80 e ’90". Insieme con Andy Guhl, l’altra metà dei Voice Crack, ha aperto la strada all'Hardware-Hacking, manipolando oggetti elettronici di uso quotidiano con l’intento di creare inimmaginabili suoni durante le loro performances. Nel 2001 ha rappresentato, con il duo, la Svizzera alla 49ª Biennale di Venezia, mentre nel 2003 cura per la Kunst Halle di St. Gallen ELECTRONIC MUSIC ARCHIVE. Möslang ha collaborato con Liechti, per la musica di Senkrecht/Waagrecht, Kick The Habit, A Hole in the Hat, Hans im Glück… e The Sound of the Insects – Record of a Mummy, e con illustri musicisti tra cui, Poire_z, Borbetomagus, Jason Kahn, Otomo Yoshihide, Günter Müller, eRikm, Jérôme Noetinger, Lionel Marchetti, Jim O'Rourke, Aube, Florian Hecker, Oren Imbarchi.
(fonte: complusevents)

Il PROGRAMMA completo della rassegna si trova QUI

Oltre a The Sound of Insects, MURI DEL SUONO vi consiglia due film:
HARDCORE CHAMBERMUSIC – EIN CLUB FÜR 30 TAGE, 2006, 35mm, colore, 72
Il noto trio svizzero Kock-Schütz-Studer è stato intensamente presente sulla scena musicale europea per oltre quindici anni. La loro musica è vigorosa e diretta: mai “ultraterrena”, ma sempre sensibile, mai “primitiva”, però sempre appassionata – una musica che è stimolante e autentica. Per un mese intero, il trio ha fatto due esibizioni a serata, nello stesso posto e alla stessa ora… 30 giorni di intensa concentrazione su una cosa. Riuscendo a comunicare lo stesso entusiasmo in forma cinematografica, HARDCORE CHAMBERMUSIC – EIN CLUB FÜR 30 TAGE si propone di trasmettere l’eccitazione e l’euforia proprie di questi 30 concerti dal vivo ad un pubblico fisicamente assente. Musica e film diventano sintesi appassionante di due mezzi espressivi indipendenti – un’avventura musicale sotto forma di pezzo da camera cinematografico. Una maratona musicale compressa in un’ora di film. Hardcore Chambermusic invita gli spettatori ad immergersi, a condividere gioia e sofferenza – a sperimentare la musica in un modo nuovo.

KICK THAT HABIT (Liberati da quell’abitudine), 1989, 16mm/Digi Beta, colore, b/n, 45’
Kick That Habit non è né il ritratto convenzionale di un musicista, né una spiegazione psichedelica della Recycling Noise Music o un video abbellito da fronzoli documentaristici. È un tentativo sottile di intrecciare un mondo espressivo visivo ed uno acustico che riesce a creare una sintesi ben riuscita. Il ritratto dei due musicisti (Norbert Möslang e Andy Guhl) che riciclano apparecchi elettronici gettati via per produrre suoni innovativi non è che il punto di partenza per una ricerca enigmatica di mondi esperienziali perduti, distrutti, disordinati. Le riprese delle prove e dei concerti dei due musicisti vengono contrapposte a frammenti visivi di ricordi del regista. Il senso di condanna che Peter Liechti riesce a estrarre dagli ordinari avvenimenti quotidiani è anche estremamente percepibile nella musica. Queste parti autonome si intrecciano con “Ausflug ins Gerbig”, dall’Alpstein al Lago di Costanza – due magici pilastri che delimitano la Svizzera orientale, regione nativa sia di Liechti sia dei musicisti.

Peter Liechti a cinematic poetics of resistance
Retrospettiva cinematografica
a cura di Piero Pala
17-20 Marzo 2010
Nuovo Cinema Aquila
via l’Aquila, 68, Roma (Pigneto)
Ingresso 7 euro – abbonamento nominativo giornaliero 10 euro
Norbert Möslang (Cracked-everyday electronics)
Martedì 16 Marzo h. 22:00
INIT, via della Stazione Tuscolana 133, Roma
Ingresso concerto Norbert Möslang 10 euro

abbonamento (retrospettiva + concerto Norbert Möslang) 30 euro

Info e prenotazioni
www.complusevents.com
info@complusevents.com
333 735 89 83 - 331 2156776
http://cinemaaquila.com


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martedì 26 gennaio 2010

T 4 TROUBLE AND THE SELF ADMIRATION SOCIETY

Il 56enne Terry Papadinas vive a Salonicco, in Grecia. È un musicista fallito, isolato e dimenticato da tutti, alla ricerca disperata di una serata. La sua vita, però, non è sempre stata così. Cresciuto a Manhattan (dove la famiglia si era trasferita per motivi politici) durante gli anni '60, l'appena ventenne Terry torna in Grecia e grazie alla sua bravura e al suo carisma si impone subito come uno dei protagonisti della scena indie rock del paese. Dotato di un talento straordinario nel suonare la chitarra, diventa una vera e propria icona, ammirato da fan e colleghi e amato dalle donne. Con il suo perfetto inglese porta una ventata di novità in un paese in cui già cantare in una lingua che non sia il greco sembra una scelta rivoluzionaria. Terry è affascinante, suona da dio, parla, si veste e si comporta in tutto e per tutto come un rocker maledetto alla Keith Richards. Nella Grecia degli anni '70 è praticamente un alieno sbarcato da un altro pianeta. Apparentemente, Terry ha tutto, ma è come se non sapesse cosa farsene. A poco a poco, tutti quelli che suonano con lui fanno carriera, diventano popolari, molto popolari, tanto che oggi suonano in stadi gremiti di fan. Lui no, non ci è riuscito. Ogni volta che il successo sembrava a portata di mano – un'incisione, un tour, un contratto buono – Terry ha rovinato tutto e ora passa le giornate a chiedersi cosa non abbia funzionato nella sua vita. Materiali d'archivio che dipingono una ricca scena musicale a noi del tutto sconosciuta e le interviste con gli amici, le ex amanti e i musicisti che hanno suonato con lui ci aiutano a ricostruire il suo percorso personale e professionale mentre le sue confessioni – vivaci, intrise di humor e penose allo stesso tempo - rivelano storie di trasferimenti continui, di abusi da parte del padre e di un disorientamento che l'ha portato a un vero e proprio blocco esistenziale, alla sua auto-distruzione. Tutto questo viene raccontato in T 4 TROUBLE AND THE SELF ADMIRATION SOCIETY, di Dimitris Athiridis (Grecia, 2009, col., 108'), storia di un'esistenza vissuta all'insegna della mitologia del rock e, come ha scritto Giona Nazzaro su «Rumore», “un ritratto spietato e affettuoso, a tratti insostenibile nella sua brutale frontalità”.



Dimitris Athiridis è nato a Salonicco, in Grecia, nel 1962. Ha abbandonato gli studi di ingegneria meccanica per dedicarsi alla fotografia, lavorando contemporaneamente in ambito teatrale e musicale, ma non a livello professionistico. Athiridis ha lavorato per vent'anni come direttore della fotografia per documentari e spot televisivi. Il documentario T 4 Trouble and the Self Admiration Society è il suo esordio alla regia.


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sabato 23 gennaio 2010

STILJAGI: A RITMO DI SWING

Alle 22.30 al Teatro Miela, evento speciale della sezione Muri del suono: STILJAGI (Hipsters/Scarpette russe) di Valerij Todorovskij. È il 1955. Stalin è morto da due anni, ma nemmeno il disgelo di Kruscev può evitare che le squadre del Komsomol, l'organizzazione giovanile del Partito Comunista dell'Unione Sovietica perseguitino gli amanti dei ritmi jazz e della moda americana. Lo studente Mels (il cui nome è l'acronimo di Marx-Engels-Lenin-Stalin, nientemeno) si trova coinvolto in uno di questi raid quando si imbatte nella bella Polya, Polly per gli amici. Inizialmente per conquistarla, ma poi con sempre maggior convinzione, si unisce al suo gruppo di stilijagi, giovani moscoviti come lui che forse credono pure nel luminoso futuro promesso loro dallo Stato, ma che per il momento preferiscono passare il proprio tempo libero in un locale che si chiama “Broadway”, un microcosmo catapultato nel cuore della capitale sovietica direttamente dalle strade di New York. Mels (divenuto ora Mel) scopre un mondo nuovo, fatto di vesiti dai colori sgargianti che spiccano tremendamente nel grigiore delle persone “normali”, musica d'oltreoceano e Polly. Cacciato dal partito, si consola con il sassofono, che impara a suonare da virtuoso nel giro di una notte. Si fa nuovi amici, fra cui Fred. Figlio di un diplomatico, uno dei pochi del gruppo a sapere veramente l'inglese e l'unico che riuscirà ad andare veramente nella amata America. Tornerà anche indietro Fred, ma le notizie dalla vera Broadway non saranno così buone...




Primo musical prodotto dopo la caduta della Cortina di Ferro (il regista è figlio d'arte e il padre, il regista Pyotr Todorovskij, girò anch'egli un musical nel 1986, Po glavnoy ulitse s orkestrom), a metà strada fra Grease e West Side Story (probabilmente per la tematica, a qualcuno ha ricordato anche Swing Kids – Giovani ribelli) il film è divertente, gioioso e godibilissimo e contiene un messaggio positivo sulla capacità che ha la musica di sostenere l'affermazione delle persone come invidui dotati di una propria speciale particolarità. Ottimi i numeri musicali, splendide e colorate le coreografie. Un vero piacere per gli occhi e per le orecchie (la colonna sonora contiene classici dell'epoca sovietica rivisitati e pezzi originali), il film è stato presentato e accolto con entusiasmo in diversi festival internazionali, fra cui Toronto e Karlovy Vary, e ha fatto recentemente incetta di premi NIKA in Russia (Miglior Film, Miglior Suono, Miglior Scenografia, Migliori Costumi).
Valerij Todorovskij è regista, sceneggiatore e produttore. Nato a Odessa nel 1962, si è diplomato in sceneggiatura allo VGIK di Mosca nel 1984. Ha scritto la sceneggiatura di 14 film e ottenuto negli anni diversi riconoscimenti a livello internazionale. Ha esordito nella regia nel 1989 con Katafalk, seguito da altri film di successo (fra cui Lyubov nel 1991, Katya Ismailova nel 1994, Lyubovnik nel 2002, Moj svodny brat Frankenshteyn, 2004).



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martedì 1 dicembre 2009

IL CIELO SOPRA MINSK

Il livello di democrazia è sempre difficile da giudicare per chi vive dall'interno un sistema sociale. Spesso, è utile osservare il proprio paese da una prospettiva esterna per poterne vedere i limiti. A volte, però, la situazione è tale che i problemi e le difficoltà risultano evidenti anche senza questo esercizio di distanziamento. Gli strumenti per parlare di questo disagio sono diversi, ma sicuramente il cinema è uno dei mezzi principali per trasmettere in modo immediato la fatica di vivere in un paese "problematico". E' questo sicuramente il caso della Bielorussia, considerata - a dispetto di quello che può pensare qualcuno nostalgico di plebisciti e maggioranze "bulgare" - l'ultima dittatura d'Europa.
Negli ultimi anni sono stati prodotti diversi documentari che raccontano, da prospettive diverse, la vita in questo paese. Noi ne consigliamo due, diversi ma contraddistinti dalla stessa vena ironica. Il primo è stato presentato in concorso documentari al Trieste Film Festival nel 2008, mentre il secondo faceva parte della sezione di quest'anno "Muri del suono" - documentari musicali dall'Europa centro-orientale. Entrambi sono produzioni non bielorusse.

PLOŠČA (Piazza Kalinovski) di Jurij Chaščevatskij, Estonia 2007, Betacam SP, col., 73’, v.o. russa - bielorussa
Sceneggiatura: Jurij Chaščevatskij, Evgenij Budinas, Sergej Isakov. Fotografia: Vladimir Petrov, Sergej Gelbach. Montaggio: Dmitrij Pivovarov, Kaspar Kallas. Suono: Tiina Andreas, Vasilij Šitikov. Voce narrante: Jurij Chaščevatskij. Produzione: Baltic Film Production. Distribuzione internazionale: Deckert Distribution.

Un ironico commento fuori campo – che è poi quello del regista stesso – descrive gli eventi legati alle elezioni presidenziali in Bielorussia del 2006. Girato con una videocamera nascosta, raccogliendo opinioni diverse, mettendo a confronto diversi avvenimenti storici, mostrando materiale video girato durante gli anni di governo di Lukashenko, il documentario cerca di spiegare l’attuale situazione politica in Bielorussia. Davanti agli occhi dello spettatore scorrono le immagini della piazza principale di Minsk, Piazza Ottobre (ribattezzata per l’occasione Piazza Kalinovski, dal nome dello scrittore che guidò nel 1863 la rivolta bielorussa contro i Russi), occupata dagli oppositori di Lukashenko, subito dopo la sua dubbia vittoria, giorno e notte fino alle cariche della polizia; ma anche poliziotti e agenti del servizio segreto che filmano i contestatori e organizzano ‘spontanee’ contro-dimostrazioni. Ma nel documentario non c’è solo l’assurdità del
regime di Lukashenko, ci sono anche le reazioni del popolo bielorusso, da quelle della giovane e ottimista studentessa Dasha a quelle degli abitanti delle campagne, che nonostante tutto il loro lamentarsi sul gas, l’elettricità e il cibo che scarseggiano, continuano a dichiarare il loro pieno appoggio al Presidente.



Jurij Chaščevatskij
è nato a Odessa nel 1947 e ha lavorato come meccanico per diversi anni inUcraina, prima di stabilirsi a Minsk (oggi in Bielorussia) con la famiglia. A 25 anni viene assunto alla televisione di Stato come sceneggiatore. Decide quasi subito di dedicarsi al genere documentario. Perseguitato dalle autorità fin dall’uscita del suo primo documentario sul presidente bielorusso Lukashenko (Obyknovennyj prezident, 1996), Chaščevatskij diventa tuttavia un noto cineasta nel suo paese, e i suoi flm vengono presentati nei festival di tutto il mondo. È membro dell'Accademia della televisione e della radio euroasiatica. Fino a oggi ha realizzato più di venti fra film e documentari.

MUZYCNA PARTYZANTKA (Partigiani in musica) di Mirosław Dembiński, Polonia, 2007, Betacam SP, col., 53’, v.o. bielorussa – polacca
Soggetto, montaggio: Mirosław Dembiński. Fotografia: Maciej Szafnicki, Michał Slusarczy
Remigiusz Przełożny, Dariusz Zału. Musica: Tarpacz, NRM. Suono: Filip Różański. Interpreti: Svietlana Sugako, Pit Palau, Lavon Volski. Produzione, distribuzione internazionale: Film Studio “Everest”.

I giovani sono la componente della società più sensibile ai cambiamenti. La cosa più importante per loro è la democrazia, un bene di prima necessità che però scarseggia in Bielorussia. Altrettanto impor tanti sono la lingua e i simboli nazionali bielorussi, vietati da Lukashenko perché considerati segno distintivo di contadini e oppositori e divenuti per questo curiosamente di “moda” fra i giovani. il rock gioca un ruolo interessante in questo contesto, in quanto permette ai ragazzi di esprimere il loro desiderio di libertà non solo in un contesto sociale, come capita facilmente altrove, ma anche in quello politico. È chiaro quindi che i testi delle canzoni, rigorosamente in bielorusso e radicati nelle tradizione nazionale, vengono considerate dal governo una provocazione ed ecco perché nei concerti spesso si vede sventolare la bandiera bianca e rossa (ufficialmente proibita) e si sente ripetere con forza “Bielorussia vive!”.



Mirosław Dembiński
è nato a Bydgoszcz nel 1959. Dopo essersi laureato in matematica presso l’Università “Niccolò Copernico”, ha iniziato a lavorare come docente presso la facoltà di matematica della stessa università, rimanendovi per tre anni. Nel 1986, si è iscritto alla facoltà di regia della scuola di cinema di Łódź, dove si è fermato a lavorare in qualità di assistente dopo il diploma e dove tiene tuttora corsi sul documentario. Nel 1991 intraprende l’attività di produttore indipendente dando vita a Film studio “Everest”, che ha al suo attivo 44 cortometraggi (soprattutto documentari), premiati in diversi festival internazionali e trasmessi da una dozzina di emittenti televisive europee. Come regista, ha realizzato diversi documentari (fra cui il pluripremiato Lekcja białoruskiego - Una lezione di bielorusso, visibile integralmente su YouTube) e film per la televisione.


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